Intervista a Bernard Lewis, islamista anglo-americano,
«La rabbia dell'Islam risale a tre secoli fa»
Il telefono non dà pace a Bernard Lewis nella sua casa di Princeton, arredata secondo il gusto modernista anni '40 che in America è tipico di molti intellettuali ebrei, ma anche con tappeti persiani e miniature islamiche che tradiscono il suo amore per il vicino Oriente. «A 80 anni passati ho scritto il mio primo bestseller e la mia vita è cambiata. Ora tutti mi chiedono conferenze, articoli, profezie, ma io rispondo: "sono uno storico, chiedetemi del passato"...». Il bestseller a cui si riferisce Lewis è naturalmente «Il suicidio dell'Islam: in che cosa ha sbagliato la società mediorientale», ora in uscita in Italia. Dove si dimostra che questo erudito signore ancora attivissimo a 85 anni è uno dei pochi a essere rimasto sconvolto ma non stupito dagli attentati suicidi alle Twin Towers di un anno fa.
Tra gli studiosi, Edward Said ha sempre messo l'accento sulle responsabilità del colonialismo, Samuel Hungtinton sullo scontro delle civiltà. Lei invece fa risalire le origini della rabbia islamica a molto prima del mondo coloniale...
«Perché ritengo risalgano all'avvento stesso dell'Islam. Solo due sono le civiltà che possono dirsi universali, e sono la civiltà cristiana e quella islamica. Le quali si somigliano perché non si fondano su un'etnia ma su una religione, e perché rivendicano un'universalità e un'esclusività. Lo scontro tra la civiltà cristiana e la civiltà islamica non nasce dalle loro differenze, ma dalle loro somiglianze. Quando si hanno due religioni teologicamente simili, storicamente consecutive e geograficamente adiacenti che rivendicano le stesse cose, il conflitto è inevitabile. E questo
conflitto va avanti fin dall'avvento stesso dell'Islam, vale a dire dal VII Secolo, con l'Islam rappresentato dai vari kedivé e il cristianesimo dagli imperatori bizantini, del Sacro Romano Impero e, oggi dagli Stati Uniti che hanno preso il posto di Costantinopoli».
Nel suo libro lei invita a considerare la questione anche da una prospettiva storica islamica. C'è un errore nel nostro approccio alla Storia? «Noi abbiamo l'abitudine di pensare al Medioevo in modo molto eurocentrico. Secondo il quale il Medioevo è un periodo di stasi, uno iato tra il declino della civiltà mediterranea e il mondo moderno. Ma la transizione veramente importante non è stata l'Europa feudale semi-barbara, è stata la grande civiltà dell'Islam, non solo la più grande civiltà del suo tempo, ma forse la più grande civiltà della Storia. Una civiltà che comprendeva una moltitudine di gruppi etnici ed era molto creativa e ricettiva, con uno slancio verso l'innovazione e la sperimentazione che era sconosciuto anche ai greci. Stiamo parlando di una civiltà tollerante per lo standard dei tempi, in cui cristiani ed ebrei potevano vivere in pace sotto il governo islamico, anche se non con eguali diritti, cosa che non aveva certo riscontro nell'Europa medievale cristiana. Poi improvvisamente le cose cambiarono, e gli islamici si trovarono superati da quelli che consideravano i barbari d'Europa, anche se è un improvvisamente molto relativo. Fu allora che cominciarono a chiedersi in che cosa avessero sbagliato».
Cioè quando?
«Dopo il fallito assedio di Vienna del 1683, registrato dagli storici islamici come "una catastrofe", che portò al trattato del 1699 in cui i cristiani vittoriosi per la prima volta dettarono le condizioni all'Impero Ottomano. E' qui che comincia il dibattito a cui mi riferisco nel mio libro. Da allora, per 300 anni, il mondo musulmano è in ritirata ovunque, e questo ha portato a un sentimento generale di sconfitta e di vergogna per esser dominati da miscredenti. Sono convinto che sia questa la vera origine della rabbia con cui ci confrontiamo oggi».
Dunque secondo lei l'unico modo per capire i fatti dell'11 settembre è considerarli nell'interezza della loro prospettiva storica. «Certamente. E bisogna farlo tenendo conto che la loro percezione della Storia è molto diversa dalla nostra. Durante la guerra Iran-Iraq degli anni '80 entrambi gli schieramenti fecero largo uso di propaganda in cui si accennava a fatti accaduti nel Settimo Secolo, sicuri di essere capiti dalla gente comune. Se l'immagina una cosa del genere, per dire, in Inghilterra? Quando Bin Laden nel suo proclama di guerra agli Stati Uniti del 1998 parla di "invasione crociata della Sacra Terra Islamica", lo fa dando una precisa indicazione storica. Al contrario di Bush: che è stato criticato, e giustamente nella mia opinione, per aver usato la parola "crociata" nella sua accezione comune, ormai priva di significato religioso. Per Bin Laden invece le crociate sono qualcosa che continua ancora oggi».
Ma se le ragioni della frustrazione del mondo musulmano perdurano da secoli, perché lo scoppio della rabbia è stato così improvviso? «Questa è un'altra questione. Da quando una piccola spedizione francese guidata da un giovane generale di nome Bonaparte riuscì a penetrare in
Egitto nel 1798, e fu cacciata non da un grande generale egiziano o turco, ma da un giovane ammiraglio inglese di nome Nelson, la storia moderna dell'Islam ha visto ripetersi più volte lo stesso modello: quello di potenze straniere in competizione per il controllo della regione mediorientale, e di governi locali che rispondono cercando di mettere le une contro le altre.
Durante la Seconda Guerra mondiale appoggiarono la Germania contro l'Inghilterra. Nella Guerra Fredda l'Unione Sovietica contro gli Stati Uniti».
Dunque il crollo dell'Unione Sovietica ha creato uno sbilanciamento fatale. «Sì. Per la prima volta in secoli si sono trovati a confrontarsi con una sola potenza. Questo ha prodotto reazioni di tipo diverso nei Paesi mediorientali. Alcuni, in cerca di un protettore, si rivolgono all'Unione Europea, che non rappresenta più l'Occidente perché l'Occidente si è spostato negli Stati Uniti. Un'altra reazione è quella di Osama Bin Laden e dei suoi, che considerano la caduta dell'Unione Sovietica un risultato personale. Abbiamo distrutto in Afghanistan una nazione dura e combattiva, dicono, al confronto della quale gli americani sono gente molle e viziata, basta vedere cosa hanno fatto in Vietnam o in Somalia. Se li colpiamo duramente spariranno, pensavano. Per questo penso che la risposta forte degli Stati Uniti all'11 settembre sia stata uno shock per loro. Ma in seguito hanno visto crescere le divergenze all'interno degli Usa e dell'Europa, con gente che ha appoggiato i terroristi, e hanno pensato: allora non ci eravamo sbagliati, dobbiamo finire il lavoro».
Lei è per il massimo della linea dura.
«E' l'unica possibilità con un nemico così fortemente motivato e determinato».

