Del Valle risponde alle domande di Storia e Verità
L’America e l’Europa, pur condividendo gli stessi valori, hanno “caratteri” diversi e di conseguenza applicano spesso politiche molto differenti. Il professore Alexandre Del Valle parla pacatamente ma con passione. Vive in Francia anche se è piuttosto legato all’Italia e alla Sicilia in particolare, terra d’origine del padre.
Le sue posizioni contrarie all’entrata della Turchia in Europa hanno influenzato le idee del partito (UMP) di Nicola Sarkozy. Abbiamo incontrato Del Valle nel corso di una sua breve visita a Milano. Tra le altre cose, si è parlato anche della conversione di Magdi Allam, di islam e di Kosovo.
Dunque, professor Del Valle, America e Europa sono dei separati in casa?
- Gli americani, molto più della vecchia Europa piena di sensi di colpa, sono attaccati alle radici classiche e giudeo-cristiane della cultura occidentale. Le amano, le celebrano. Se vuole anche attraverso forme assai banali come i film peplum. Gli Stati Uniti sono apertamente cristiani, giurano sulla Bibbia. L’Europa si rifiuta di farlo. Gli americani magari sbagliano, ma hanno il coraggio di prendere posizione, di fare anche se fanno male. L’Europa si comporta esattamente al contrario: è intelligente ma non osa fare niente. Insomma, l’America non sa però fa, l’Europa non fa però sa. L’ideale, per me, sarebbe un esatto mix fra le due posizioni.
Si può spiegare meglio?
- Prendiamo ad esempio il rapporto fra Europa e Russia. Gli europei pensano di dover scegliere fra l’America e la Russia, trasformando la loro politica in una caricatura: o cadono nel pro-russismo e nel terzomondismo antiamericano, oppure diventano occidentalisti duri e puri, che per loro significa essere anti russi e anti serbi. E’ una visione limitata, priva di prospettiva.
Come dovrebbe comportarsi l’Europa?
- Penso che la vera grande trappola sia il neocontainment anti russo e anti serbo. In base a questo semplicistico schema, per l’europeo di destra e liberista la guerra fredda non è mai finita. Un atteggiamento che sbocca nell’appoggio incondizionato alle rivoluzioni democratiche in Ucraina, in Azerbaigian o in Georgia. Che mette in difficoltà Mosca perché le aliena i suoi storici vicini. Come se non esistesse un altro paradigma. Ma, come dicevo, si tratta di una trappola mortale, utile solo all’islam e alla Turchia, che smania per entrare nella Ue. E forse vi entrerà, perché gli atlantisti ne hanno bisogno per indebolire l’Europa. Fare entrare nell’Unione tutti i paesi della Nato non farà altro che aumentare la reazione ultranzaionalista e antioccidentale dei russi.
Come se ne esce allora professore?
-Tra essere antiamericani e schierarsi di conseguenza con i nemici della democrazia o occidentalisti in funzione antirussa, antislava e pro Turchia, esiste una “Terza via”: il panoccidentalismo. Bisognerebbe insomma mescolare la sapienza, la prosperità dell’Unione europea con la determinazione e l’assenza di colpa dei russi. L’Occidente non è solo puro atlantismo ma, come diceva il grande filosofo Levinas, anche una combinazione delle radici giudeocristiane con quelle greco romane. Se siamo d’accordo di dovere molto ai romani, ai greci o all’umanesimo dobbiamo allora includere nel nostro “Occidente ideale” anche la Russia. Perché pure a Mosca esiste la separazione fra il potere religioso e quello politico. E’ in Russia che si è affermata “la Terza Roma”. E lì che l’impero romano è proseguito attraverso la cultura greco-bizantina. L’Occidente è l’unico luogo al mondo dove sia stata attuata una vera separazione fra potere religioso e politico. Senza che l’uno abbia messo a tacere l’altro. Insomma, la Russia odierna non è un nemico perché appartiene cristianamente, culturalmente alla nostra civiltà. Lo stesso non si può dire, per molti motivi, per la Turchia..
Eppure alcuni americani, penso a Huntington o a Brezinski, continuano a “pensare” i russi come orientali.
- E’ vero, ma è potuto accadere perché un autore influente come Spengler ha dato una definizione di Occidente assai limitata. Cioè come quella parte di mondo appartenente prima all’impero romano, poi a quello romano-germanico e infine all’Impero austro ungarico.
L’Europa è molto più di questo?
-Certo. Perché anche Bisanzio era Europa. Se alcuni intellettuali la collocano ad “oriente” è per via della storica rivalità tra il Papa e il mondo bizantino. Ma si tratta di una sciocchezza basata su schemi inconsci, che sono da ostacolo alla formazione di una vera identità europea. A mio modo di vedere la guerra fredda non fu l’origine della rivalità fra due mondi, ma il pretesto per aumentare l’odio fra ovest e est.. Ad est non esiste più il comunismo ma, nonostante tutto, continua l’avversione verso la nuova Bisanzio. Cioè verso russi e serbi.
A questo proposito voglio ricordare un recente dibattito televisivo in Francia dove lei è stato attaccato per la sua posizione filo-serba e per avere definito il Kosovo una nazione governata dalla mafia albanese. Vuole chiarire questa sua posizione?
Le dirò di più. La mafia siciliana è composta di angeli se confrontata con quella albanese, che raffina ed esporta l’80% dell’eroina spacciata in occidente. Gli albanesi hanno accumulato un potere enorme, tanto da gestire 500.000 prostitute in tutta Europa. Mi duole dirlo per la mia simpatia verso gli Stati Uniti, ma gli stessi candidati presidenziali americani hanno fatto convegni pubblici davanti ai rappresentanti dell’Uck. Questi terroristi sono stati trasformati in “forze di liberazione, poiché serviva utilizzarli in funzione anti russa e per estendere la Nato ai Balcani. Lo ha spiegato molto bene un uomo di grande cautela come Xavier Raufer nel suo libro “La Mafia albanaise”. Raufer non è uno qualunque: dirige l’istituto di criminologia di Parigi, lavora con l’Interpol e da lui si formano i futuri agenti dei servizi francesi.
Lei ha pubblicato con molto successo “Il totalitarismo islamico all’assalto delle democrazie”. So che ha in preparazione un nuovo libro. Quando uscirà e di cosa parla?
Penso possa uscire verso la fine dell’anno e si chiamerà “Rossi, Verdi, Bruni”. Un titolo che identifica l’alleanza antioccidentale tra comunisti, islamismo radicale e nostalgici dell’Asse. Quanto a questi ultimi non mi riferisco ovviamente a Le Pen o alla destra sociale, ma a personaggi come Claudio Mutti. Sembrano, tutti questi, mondi assai distanti fra loro. Eppure sono uniti dal terzomondismo e dall’antisemitismo. L’antisemitismo antioccidentale, antiamericano e antiliberale unisce infatti anche i rossi delle Br, dell’Action Directe , della Raf, del gruppo Carlos (che adesso si è convertito all’Islam e appoggia Al Qaeda). Rossi, verdi e bruni hanno lo stesso nemico: il liberalismo giudeocristiano. Non è un caso che la nuova destra pagana di Alain De Benoist si schieri sempre per l’immigrazione islamica, a favore di Cuba, con la Libia, con la Siria, con l’Iran. Lui odia profondamente le radici cristiane e giudaiche dell’Europa. Preferisce appoggiare gli immigrati musulmani pur di combattere il nemico verso cui riversa tutto il proprio odio: l’ebreo. La destra pagana odia l’ebraismo, il giudaismo e di conseguenza il cristianesimo, che interpreta come un ebraismo universalista. Delle radici storiche dell’Europa gli eredi di Guenon, di Evola salvano solo la cultura classica greco-romana. E badi bene, che considero Evola un pensatore comunque interessante. Ma molto pericoloso se maneggiato incautamente.
Anche lei un tempo fu molto critico con gli Stati Uniti d’America.
In effetti, credo di avere scritto uno dei libri più duri contro l’America. Si chiamava “Islamismo, Stati Uniti: un’alleanza contro l’Europa”. Il titolo mi sembra significativo. Non pensa?
Direi di si.
Eppure proprio per questo non accetto che l’antiamericansimo si trasformi in filo-islamismo. Così dal 2001 ho cambiato totalmente strategia, non rinnegando una sola riga di quanto scritto in precedenza. Le mie critiche all’America sono però sempre rivolte a un alleato, a un fratello. Conti regolati in famiglia.. Gli europei condividono con gli americani lo stesso destino. Più aumenta l’odio verso Washington, più esso cresce contro tutto l’occidente. Il fatto è che gli arabi credono solo nella forza. E identificano nei potenti Stati Uniti la massima espressione della cultura occidentale. E l’odio verso gli Stati Uniti è odio riversato contro il cristianesimo e l’ebraismo. Per questo motivo vengono ammazzati i cristiani in Iraq, anche se di sangue arabo. I musulmani li assimilano ai crociati, filo-sionisti e imperialisti.
Cambiamo argomento. Lei è tenuto in alta considerazione dal presidente francese Nicola Sarkozy, che spesso accoglie i suoi suggerimenti. Se la sente di consigliare qualcosa al centro destra italiano, ora che ha vinto le elezioni?
Berlusconi non ha bisogno certo dei miei consigli, ma spero finalmente che anche in Italia non si torni a parlare di concedere il voto agli immigrati, come invece voleva fare la sinistra.
Perché è contrario al diritto di voto agli immigrati?
- Guardi, io ho molto rispetto per gli immigrati che lavorano onestamente. In Francia ve ne sono moltissimi. Devono poter godere di tutti i diritti. Tranne quello di voto. Concederglielo, sia pure dopo cinque o dieci che anni di permanenza nelle nostre nazioni, è una sciocchezza. Purtroppo, a causa del retaggio napoleonico, in Francia era abbastanza facile acquisire la cittadinanza e di conseguenza il diritto di voto. Sarkozy all’inizio sembrava piuttosto orientato a riconoscerlo. Ora, per fortuna, ha cambiato idea. L’Italia deve stare attenta. Perché non si può svendere il concetto di patria, di nazione, annacquandolo con un multi-culturalismo irresponsabile. E non mi si opponga l’esempio degli Stati Uniti. Da loro è diverso. L’America è un paese fatto da coloni, giovane, che ha il complesso di colpa per aver sterminato gli indigeni ed è forgiata da valori comuni, dall’ultranazionalismo e dal giuramento sulla Bibbia.
Lei concederebbe il voto ai figli degli immigrati, nati in Italia o in Francia?
- Dato che per me conta lo ius soli rispondo di sì. A patto che questi giovani dimostrino di non sputare sulla bandiera e di non rinnegare la nazione, come succede troppo spesso da noi in Francia. In Italia avete uno splendido esempio di integrazione. Mi riferisco alla conversione religiosa di Magdi Allam.
Che idea se ne è fatta?
- Il battesimo di Allam è il grande segnale che Benedetto XVI ha inviato al mondo: nei confronti dell’islam la Chiesa non è per nulla sulla difensiva. Anzi: il Papa ha mostrato chiaramente che Roma vuole condurre i musulmani alla religione di Cristo.
Alcuni commentatori hanno sottolineato come il Papa abbia preso le distanze dalle parole di Magdi Allam, che aveva detto di essersi battezzato perché non riteneva l’islam “una religione buona e moderata”
- Benedetto XVI è un grande teologo. Ma anche un fine politico. Sa benissimo che la cosa peggiore per un musulmano è tradire la propria religione. Tanto più se si converte al cristianesimo e viene battezzato dal papa. La vicinanza a Magdi, che conosco e sostengo, Ratzinger l’ha data con il suo gesto. Dopo, ha semplicemente preferito non inasprire un confronto già fin troppo duro.
Nel suo libro “Il totalitarismo islamista, all’assalto delle democrazie” accusa l’islam radicale di razzismo e di preparare una nuova soluzione finale per gli ebrei e i cristiani, che devono pagare per le Crociate, la Colonizzazione, il Sionismo e l’Imperialismo. Lei certamente saprà della ricerca pubblicata proprio di recente dal professor John Esposito e condotta insieme alla Gallup. In sei anni sono state intervistate 50.000 persone, rappresentative di “un miliardo e 300 milioni di islamici”. Nello studio emergerebbe come la maggioranza dei musulmani rigetti la violenza, respinga gli attacchi all’America dell’undici settembre e come i più giovani, invece di aspirare al martirio, rifiuterebbero la teocrazia, ambirebbero a un lavoro sicuro, ai diritti e alla democrazia.
Prima di tutto va chiarito che Esposito è un americano convertito all’islam. E’ notoriamente filo-musulmano e la sua cattedra alla Georgetown University è sponsorizzata da una lobby araba. In America le cattedre possono anche essere comperate dalle aziende. O dalle lobby, come in questo caso. Esposito è inoltre legato al Council on American-Islamic Relations (Cair). Basta una piccola ricerca su internet per scoprire che quella organizzazione ha fatto ottenere la green card ad alcuni terroristi di Hamas, così permettendo loro l’ingresso negli Stati Uniti. Anche uno degli ideatori del primo attentato alle Torri Gemelle (1993) ha avuto la green card grazie al Cair.
Dunque Esposito non è credibile?
Non nego che abbia fatto quella ricerca. Anche se per me rappresenta al massimo cento milioni di persone. Non nego neppure che esista un islam moderato. Ma, oggi, è ancora in minoranza e quasi ridotto al silenzio. E aggiungo che i sondaggi possono essere sempre pilotati. Le faccio un esempio: Yusuf al-Qaradawi, l’ispiratore dei kamikaze palestinesi e sostenitore della mutilazione genitale per le donne afferma di non essere d’accordo con gli attentati dell’11 settembre. E sa perché?
Perché secondo lui è stato organizzato dal Mossad.
Si tratta di una balla colossale messa in giro dall’Hezbollah e da Hamas. Mi sorprendo sempre come molti politici occidentali, anche italiani, ritengano si possa trattare con gente simile. Su quella fandonia si basa il libro “Zero. Perché la versione ufficiale sull’11/9 è un falso ”, cui ha collaborato anche Franco Cardini. Sa che le dico? Che l’11 settembre è stata una bella fortuna per i musulmani radicali di tutto il mondo. Prima dell’attentato alle Torri di New York essere radicali coincideva con l’essere terroristi. Oggi significa solo essere d’accordo con l’11 settembre. Dunque per un islamista basta dichiararsi contro l’attentato per essere considerato un moderato e continuare a giustificare qualsiasi altro tipo di violenza.
Lei nel corso di un recente dibattito televisivo in Francia è stato attaccato per la sua posizione filo-serba e per avere definito il Kosovo una nazione governata dalla mafia albanese. Vuole chiarire questa sua posizione?
Le dirò di più. La mafia siciliana è composta di angeli se confrontata con quella albanese, che raffina ed esporta l’80% dell’eroina spacciata in occidente. Gli albanesi hanno accumulato un potere enorme, tanto da gestire 500.000 prostitute in tutta Europa. Mi duole dirlo per la mia simpatia verso gli Stati Uniti, ma gli stessi candidati presidenziali americani hanno fatto convegni pubblici davanti ai rappresentanti dell’Uck. Questi terroristi sono stati trasformati in “forze di liberazione, poiché serviva utilizzarli in funzione anti russa e per estendere la Nato ai Balcani. Lo ha spiegato molto bene un uomo di grande cautela come Xavier Raufer nel suo libro “La Mafia albanaise”. Raufer non è uno qualunque: dirige l’istituto di criminologia di Parigi, lavora con l’Interpol e da lui si formano i futuri agenti dei servizi francesi.
A cura di Bruno Pampaloni
Il velo che copre l’Europa
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#1 - Anonyme 30.08.2008 11:33 - (Répondre)
Alexandre Del Valle, La Turquie dans l’Europe, Éditions des Syrtes, Paris 2004 Alexandre Del Valle ama presentarsi come discendente di ebrei sefarditi e come marito di una donna la cui famiglia è miracolosamente scampata alla “Shoah”. Da anni Alexandre Del Valle è uno dei più influenti maîtres à penser dell’estrema destra francese, in particolare di quella che agita tematiche “identitarie” declinandole in senso antislamico. A lui si deve la clamorosa conversione occidentalista di alcuni intellettuali d’Oltralpe (come ad esempio Guillaume Faye), che in passato avevano sostenuto le tesi europeiste e antiamericane di De Benoist. L’evoluzione di Del Valle (e, di riflesso, dei suoi allievi) è stata sinteticamente spiegata dallo scrittore eurasiatista Christian Bouchet, che in una recente intervista ha dichiarato: “Alexandre Del Valle ha scelto in maniera chiara e netta, coerentemente col suo antislamismo idrofobo, di attestarsi su posizioni di filosionismo militante. Non invento nulla: ci si può riferire ai testi che egli ha pubblicato sul ‘Figaro’ dell’11 aprile 2001, nel quindicinale ‘Le Lien Israel-Diaspora’, pubblicato dagli elementi più estremisti della comunità ebraica in Francia, o sul sito internet vicino al Likud ‘Les Amis d’Israel’ (www.amisraelhai.org)”. Alcuni mesi or sono, Del Valle ha pubblicato presso le parigine Editions des Syrtes un libro, La Turquie dans l’Europe. Un cheval de Troie islamiste, il cui titolo sarebbe sufficiente per confermare l’idrofobia antislamica diagnosticata da Christian Bouchet. Ma vale la pena di dare un’occhiata al libro, perché vi troveremo alcune tesi che sono circolate anche in Italia, in alcuni ambienti dell’estrema destra. Del Valle esordisce dunque enunciando la formuletta levinasiana “la Bible plus les Grecs”, con la quale vorrebbe risolvere la questione dell’identità europea, indicandone come componente fondamentale l’apporto greco-romano accanto alla matrice spirituale giudeo-cristiana. Ci si aspetterebbe dunque da lui una adeguata conoscenza del patrimonio culturale antico, quanto meno dell’epica omerica. E invece, fin dalle prime righe di questo volume ponderoso (ponderoso, non poderoso), ci rendiamo conto che l’autore non conosce neppure l’Iliade. O forse confonde il poema di Omero con la recente pellicola americana. Altrimenti non esordirebbe affermando testualmente: “L’Iliade racconta che i re micenei avevano abbandonato davanti a Troia (…) un gigantesco cavallo di legno” (p. 15). Ed è probabilmente una qualche produzione hollywoodiana la fonte della notizia secondo cui “Europa è il nome di una dea di Tiro” (p. 16 nota); se Del Valle avesse letto l’Iliade (XIV, 321) o le Metamorfosi ovidiane (II, 858), saprebbe che Europa era una fanciulla mortale. Evidentemente la specialità di Del Valle non è la cultura greca (nella trasmissione della quale, secondo la sua personalissima opinione, l’Islam non avrebbe svolto alcun ruolo, p. 285). Ma il nostro, proprio lui che alle pp. 20-21 scaglia contro i Turchi l’accusa di ignoranza della storia nonché le ancor più micidiali accuse di revisionismo e negazionismo, non ha le carte in regola neanche per quanto concerne la conoscenza della storia turca; e saranno sufficienti pochi esempi per dimostrarlo. A p. 21 Mehmed II Fatih viene collocato nel XVI secolo anziché nel XV; a p. 98 Selim III (1789-1807) e Mahmud II (1808-1839) passano per essere “due degli ultimi sultani ottomani”, mentre in realtà dopo Mahmud II ce ne furono altri sette; a p. 290 mostra di ritenere che l’invasione della Russia da parte dell’Orda d’Oro sia contemporanea alla battaglia di Lepanto e all’assedio di Vienna del 1629. Per chiarire l’estensione delle conoscenze turcologiche di Del Valle, d’altra parte, sarebbe sufficiente far notare che, secondo lui, l’Armenia e la Georgia sarebbero zone turcofone (p. 22). Con il turco, e anche con le altre lingue, il nostro non se la cava molto meglio. A p. 88 l’epiteto tradizionalmente riferito all’Anticristo (arabo dajjal, turco daccal, ossia “impostore”) diventa dadjal e viene reso con “apostata”, mentre a p. 418 è tradotto col sintagma “re degli apostati”; a p. 90 troviamo che il nome personale Kemal (“perfezione”) vuol dire “il Perfetto”; a p. 102 leggiamo che “millat o millet significa ‘nazionale’”, quando invece significa“comunità”; a p. 228 apprendiamo che i Musulmani bosniaci e del Sangiaccato parlano inglese, dato che, secondo Del Valle, “tra loro si chiamano turkish [sic]”. La scarsa familiarità con le lingue induce l’autore a ribattezzare il Baath con lo strano nome di Baa (pp. 109 e 170) e a scambiare un mese islamico per una casa editrice (p. 97, n.11). Ma non si tratta solo di incompetenza linguistica. La dimestichezza di Del Valle con la cultura islamica è ai minimi termini, poiché è convinto che l’ummah (la comunità dei Credenti) sia un “califfato di fatto” (p. 111). D’altronde, sembra che egli non abbia mai sfogliato nemmeno una traduzione del Corano, visto che a p. 150 riesce a sbagliare perfino nel citare l’incipit della Fatihah, che nella sua traduzione diventa testualmente: “Lode a Dio, Signore dei due [sic] mondi”! Per il resto, Del Valle è persuaso che il taoismo sia un fenomeno tipicamente giapponese (p. 286), che Nietzsche abbia elaborato la “teoria dei ‘nuovi’” [???] (p. 222, n. 3) e che Giovanni Boccaccio sia un esponente della letteratura turcofila fiorita in Europa nei secc. XVII e XVIII (p. 182). Su questi solidi fondamenti di cultura generale e specialistica, Del Valle costruisce la sua teoria, che può essere sintetizzata nei termini seguenti: “in base ai quattro principali criteri che consentono di definire l’appartenenza all’Europa (geografico, linguistico, etnico e storico-religioso)” (p. 298), la Turchia non è Europa. Per quanto riguarda i confini geografici dell’Europa, siccome Del Valle si richiama ripetutamente ai Greci, gli consigliamo di dare un’occhiata a Erodoto, IV, 45: scoprirà che il padre della storiografia greca situava i limiti orientali dell’Europa oltre la penisola anatolica, sulle coste della Georgia. Ma Erodoto, obietterà il nostro, era un extraeuropeo anche lui, in quanto nativo della Caria… Rinviamo allora Del Valle al più grande poeta dell’Europa cristiana, Dante Alighieri, che situava “lo stremo d’Europa” proprio in Anatolia (Paradiso, VI, 5). O anche Dante era, come Boccaccio, un letterato turcofilo? Venendo al punto di vista linguistico, è fuor di dubbio che “la lingua turca non appartiene al gruppo degli idiomi ‘indoeuropei’” (p. 299). Ma neanche il basco appartiene alla famiglia linguistica indoeuropea, né lingue come l’ungherese, il finlandese, l’estone, il lappone e tutti gli altri idiomi ugrofinnici parlati al di qua degli Urali. E allora? I popoli che parlano queste lingue non sono popoli europei? Viceversa, dovrebbero essere considerati europei gli abitanti delle Americhe e dell’Australia, per il semplice fatto che da qualche secolo parlano lingue d’origine indoeuropea? Anche l’appartenenza etnica, secondo Del Valle, renderebbe i Turchi estranei all’Europa, tant’è vero, dice, che “l’ideologia ufficiale dello Stato kemalista turco rammenta con fierezza l’origine specifica, asiatica e turano-altaica, dei Turchi” (p. 300). Qui si potrebbe obiettare che una cosa è l’ideologia kemalista, ma tutt’altra cosa è la reale etnogenesi dell’attuale popolazione anatolica, nella quale l’elemento turco rappresenta soltanto lo strato più recente, venutosi ad aggiungere a una molteplicità di componenti etniche d’origine ariana. In ogni caso, potremmo ricordare a Del Valle che c’è in Europa un’altra etnia che rivendica un’origine turano-altaica: sono i Székely della Romania, che orgogliosamente si dichiarano discendenti degli Unni. Che ne facciamo? Li scacciamo dai Carpazi e li rimandiamo in Asia? E assieme a loro ricacciamo in Asia i Tartari della Romania, della Polonia e della Finlandia? E delle comunità turche dei Balcani, della Bessarabia, della Russia, che dobbiamo farne? E delle varie popolazioni finniche stanziate tra il Golfo di Botnia, il Baltico, la Volga e gli Urali? L’ultimo criterio che Del Valle accampa per negare l’appartenenza dei Turchi all’Europa è quello “storico-religioso”. Richiamandosi al principium auctoritatis, Del Valle cita questa apodittica sentenza del suo “amico e avvocato” (p. 7) Gilles-William Goldnagel, vicepresidente dell’Association France-Israël e dedicatario del libro: “La Turchia non ha nulla a che fare con l’Europa (…) e il fatto che essa sia alleata di Israele, dell’Europa o degli Stati Uniti non implica in alcun modo la sua adesione all’Unione, perché l’Europa è prima di tutto un insieme di cultura giudeo-cristiana” (pp. 70-71). La Turchia, in quanto paese musulmano, è stato dunque, “fino a una data recente, il nemico principale dell’Europa” (p. 302). Che l’affermazione di una presunta identità giudaico-cristiana dell’Europa fosse uno strumento ideologico funzionale alla “difesa dell’Occidente” e alla strategia atlantista dello scontro di civiltà, per noi era chiaro da un pezzo. Così come ci era chiaro che tale strumento ideologico doveva avere, tra l’altro, la funzione di allontanare la prospettiva dell’ingresso della Turchia nell’Unione, in quanto ciò costituirebbe un ostacolo a certi disegni americani. E a confermarcelo sono proprio l’avvocato Goldnagel e il suo cliente. “La Turchia in Europa – scrive Del Valle – significherebbe che l’Unione, diventata la potenza geopolitica eurasiatica tanto temuta da tutti gli strateghi anglosassoni da Mackinder fino a Zbigniew Brzezinski, sfuggirebbe al controllo della potenza marittima americana e poi, successivamente, sarebbe in grado di rivoltarsi contro Washington” (p. 69). In altre parole: qualora la Turchia venisse accolta nell’Unione Europea, la “coerenza geopolitica” (p. 28) dell’Europa egemonizzata dagli USA risulterebbe gravemente compromessa. È quindi necessario, se si vuole che la Turchia continui ad essere “un amico e un incontestabile alleato dell’Occidente” (p. 21), tenerla rigorosamente separata dal resto dell’Europa. http://www.claudiomutti.com/index.php?url=6&imag=4&id_news=62
#2 - alexandre 31.08.2008 00:28 - (Répondre)
buona sera anonimo! magari ci puo' rivelare la Sua identità, visto che crede di avere rivelato la mia! Grazie per quest'analisi del filoislamista Claudio Mutti che si riferisce agli elementi più antiamericani ed antisemiti della nuova Destra francese. Ognuno la sua opinione, pero' la mia è in effetti filooccidentale e filo giudeocristiana. Non odio nessuno, ne i Turchi ne i Musulmani ne gli Arabi, prime vittime dell'islamismo radicale che difendete. Voi adorate i musulmani radicali non per antirazzismo (perchè siete apertamente Nazzi-fascisti) ma perchè odiate talmente il cristianesimo e gli Ebrei ed Israele che sareste pronti anche ad allearvi col Diavolo contro del giudeocistianesimo! Non amate i Musulmani, difendete gli islamici che agrediscono ed amazzano ogni giorno i musulmani democratici e liberi, per odio all'ebraismo e al Occidente liberale. Avete voi la cultura dell'odio e l'ebraismo è per voi un ossessione patologica. E triste, perchè siete nell'assurdità e la folia dell'odio e della filosofia del risentimento e del rancuore.