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Mardi, 18 mai 2010

Il velo che copre l’Europa

Non è stata la Francia laica e anticlericale a mettere per prima, all’ordine del giorno parlamentare, una legge sul burqa. Ma il Belgio monarchico di tradizione cattolica e ben poco laicista.

In effetti, lo scorso 29 aprile, i deputati belgi hanno approvato all’unanimità una legge contro l’uso del velo integrale nei luoghi pubblici e nelle strade. Il divieto del burqa sembra essere uno dei pochi argomenti ancora in grado di riunire i “fratelli coltelli”fiamminghi e valloni. Parallelamente, nella vicina Francia - come se assistessimo ad una concorrenza proibizionista tra Parigi e Bruxelles - il presidente Sarkozy ha annunciato che il disegno di legge anti-burqa sarà discusso per tutta questa settimana. Il testo sarà difeso dal ministro della giustizia Michèle Alliot-Marie. Il primo ministro Francois Fillon prevede che la legge sarà definitivamente adottata entro metà settembre. Il disegno di legge comprende 7 articoli: il primo dice che «nessuno può, nello spazio pubblico, indossare un vestito destinato a dissimulare il viso». In pratica vieta il burqa in tutti gli spazi pubblici. L’articolo 2 crea il delitto di «incitazione a dissimulare il viso in ragione del sesso», che sarà integrato nel capitolo 5 del codice penale (sulle violazioni della dignità della persona) e condanna il fatto di «imporre tale vestito con la violenza, la minaccia e l’abuso di potere». Chi compie questo crimine rischia un anno di prigione e 15mila euro di multa. Per chi indossa il velo integrale, invece, la multa si limita a 150 euro. Di fronte alla nuova legge proibizionista, il partito socialista ha presentato una proposta alternativa e votato la risoluzione parlamentare contro il burqa durante la presentazione in Assemblea. Ricordiamo che l’idea della risoluzione è stata imposta dal presidente, che inizialmente ha preferito questa soluzione più pedagogica e limitata piuttosto che una legge severa. Ma dopo mesi di dibattiti spesso violenti tra sinistra e destra attorno all’identità nazionale, l’islam o il burqa e dopo la sconfitta elettorale dell’Ump alle regionali, il recente appoggio totale di Sarkò alla proposta di legge anti-velo inizialmente presentata da Jean François Coppé - presidente del gruppo Ump all’Assemblea - non è priva di motivazioni politiche. Infatti Sarkozy, che è per la prima volta calato nei sondaggi, ha deciso di riprendere il controllo del suo elettorato e non intende lasciare lo spazio retorico anti-velo a Coppé, sopranominato il “Sarkò bis”, che è già uno fra i più pericolosi rivali del presidente con Alain Juppé e Dominique de Villepin. E il presidente francese vuol fare tornare a casa i suoi elettori che hanno votato Le Pen ritrovando la retorica «senza complessi» che lo fece vincere nel 2007: identità, sicurezza, lotta all’immigrazione clandestina e all’islamismo: Sarkò è conscio che l’ouverture alla sinistra e il fatto di avere rinunciato ad alcuni temi identitari hanno favorito la crescita del nuovo Fronte Nazionale di Marine Le Pen che ha saputo strumentalizzare questi temi. Nicolas Sarkozy ha quindi annunciato che la legislazione presentata al Governo il 19 maggio dovrebbe essere adottata nell’ambito di una procedura di “voto d’emergenza”, molto più veloce rispetto alla procedura d’iniziativa parlamentare. Prima della presentazione della legge, il premier Fillon ha consultato i dirigenti religiosi e politici, fra cui i rappresentanti del Conseil français du culte musulman (Cfcm), che ha disapprovato sia la legge proibizionista che lo stesso burqa, deplorando il “clima di stigmatizzazione” dell’islam. Ma il presidente del Conseil, Mohammed Moussaoui, è tuttavia sembrato soddisfatto del testo. Caso diverso per l’Uoif, l’equivalente dell’Ucoii italiano controllata dai Fratelli musulmani, che combattono il progetto in funzione di una classica retorica vittimista e denunciano la cosiddetta “islamofobia” dei non musulmani laici. In funzione dello stesso principio pericoloso di “attenuante religiosa”, il 26 marzo 2010 il Consiglio di Stato ha messo in guardia contro un divieto totale di indossare il velo integrale nei luoghi pubblici, dicendo che tale azione «non ha trovato alcuna base giuridica chiara e potrebbe essere bocciata a posteriori dal Consiglio Costituzionale in nome del principio di non-discriminazione». La sinistra eversiva del postino Alain Besançenot - leader del Movimento anti-capitalista d’ispirazione trotsko-guevarista - sostiene il burqa in funzione rivoluzionaria e in nome del “diritto alla differenza”e dell’antirazzismo. Infatti in Francia, a parte il socialista anti-burqa Manuel Vals - che appoggia totalmente il disegno di legge sarkozista - la sinistra considera il divieto suscettibile di favorire “l’islamofobia”. Ma c’è di peggio: il divieto assoluto di indossare il burqa (o il niqab) «violerebbe i diritti alla libertà d’espressione e di religione delle donne» ha detto John Dalhuisen, ricerca ricercatore sulla discriminazione in Europa per l’associazione Amnesty International. In tutti i Paesi europei, le proposte di vietare il burqa hanno suscitato forti polemiche. In un’intervista alla Bild am Sonttag, il vice presidente del Parlamento europeo Silvana Koch-Mehrin, molto vicina al Cancelliere Angela Merkel, ha auspicato che «sia vietato in tutta Europa, in tutte le sue forme ». La leader dei liberali tedeschi a Bruxelles ha aggiunto: «Il burqa è un attacco contro i diritti delle donne, è una prigione mobile». Grosso modo, in Europa, anche se il tema del burqa è al centro dei dibattiti nazionali, le leggi ad hoc votate specificamente per vietare il burqa sono una eccezione (per il momento solo Belgio e Francia). La tendenza europea generale sta piuttosto nella proliferazione di divieti “settoriali” o “locali” (iniziativa municipale). In Italia, presentarsi in uno spazio pubblico col viso nascosto è un reato proibito per legge dal 1975. Alcune città del Nord come Varallo Sesia e Cossato, guidate da sindaci della Lega Nord, hanno vietato il burqa negli spazi pubblici (tra i 25 e i 500 euro di multa). A Novara, il sindaco leghista Massimo Giordano ha emesso un’ordinanza in nome della quale una donna che indossava il burqa dovrà pagare 500 euro di multa. A livello nazionale, la Lega ha presentato un disegno di legge che prevede fino a due anni di carcere e una multa di 2mila euro per coloro che, a causa della loro appartenenza religiosa, «renderebbero difficile o impossibile l’identificazione ». Ma è già all’esame della (relativi alle amministrazioni), commissione Affari costituzionali a Montecitorio la proposta anti-burqa avanzata da Souad Sbai, deputata italo-marocchina del Pdl. L’idea dell’attenuante religiosa, che giustificherebbe la non applicazione di alcune leggi in vigore al fine di “rispettare la specificità islamica”, è fortemente combattuta dalla Sbai, anche presidente dell’associazione Acmid-Donna Onlus (Associazione delle Donne Marocchine), e dal ministro per le pari opportunità, Mara Carfagna, «favorevole ad una legge che vieti il velo integrale come simbolo di sottomissione della donna». In Germania, i Lander possono già regolare l’uso del velo in nome dell’obbligo di non essere mascherati in pubblico. In Svizzera spetta alla Confederazione la decisione di divieto (a seguito di una decisione della Corte costituzionale federale del 2003). In Austria, i partiti populisti hanno presentato disegni di legge non ancora accettati e mai discussi in Parlamento. In Spagna, dove gli irredentisti islamici che rivendicano il “ritorno dell’Andalusia all’islam” sono sempre più attivi, il velo integrale ha già provocato incidenti. In Gran Bretagna, nessuna legge è prevista per vietarlo specificamente. Tuttavia, dal 2007, una circolare riguardante la scuola definisce le regole per vietare il burqa in nome della preservazione della qualità dell’istruzione E, dal 2007, è possibile vietare il velo integrale per motivi di sicurezza. Nei Paesi Bassi, dove i movimenti populisti anti-islam stanno crescendo elettoralmente, un dibattito su un eventuale divieto è in corso. Il governo olandese ha studiato dal 2006 diverse proposte di leggi proibizioniste fra cui quella dal leader populista anti- islamico Geert Wilders. Ma la legge olandese sul trasporto delle persone permette già alle aziende di trasporto pubblico di limitare l’accesso dei passeggeri per motivi di sicurezza, vietando l’uso del burqa. In Danimarca, l’Università di Copenhagen (sollecitata da una commissione governativa) ha proposto diverse misure di divieti. Dal mese di agosto 2009, il governo liberal-conservatore discute l’opportunità di limitare l’uso del velo integrale. Per rispondere a quelli che assimilano il divieto del velo integrale ad una “discriminazione” nei confronti della comunità islamica, bisogna rispondere innanzitutto che il burqa (afghano-pakistano) o il niqab (saudita) riguardano una percentuale ultra minoritaria all’interno dello stesso islam integralista. Secondo, va sottolineato che si tratta di un’usanza preislamica o beduina non prevista dal Corano, il quale richiede solo di coprire i capelli senza nessuna penalizzazione grave come prevede la shari’a. Terzo, il burqa è stato sempre un’usanza sociologicamente limitata, e diviene un’obbligo tradizionale solo tra gli afghani e i pakistani di etnia pashtun. Questo spiega perchè i casi di “burqa indossato” riguardano in Europa soprattutto i musulmani afgani-pakistani o quelli, spesso di recente conversione, fanatizzati da organizzazioni indo-pakistane o afghane come i Tabligh, la Jemaah Islamiah o i Deobandi (scuola giuridica dei talebani). Poi, mentre alcuni “islamicamente corretti” accusano i proibizionisti di voler «stigmatizzare i musulmani», notiamo che l’amministrazione dell’università di Ain Shams (Egitto) ha recentemente vietato agli studenti di indossare il niqab e che, nell’ottobre 2009, la più grande università islamica sunnita di Al-Azhar ha vietato l’uso del velo integrale nelle aule universitarie riservate alle donne e ai dormitori. Questo divieto faceva seguito ad una dichiarazione del capo di Al Azhar, Sheikh Mohamed Sayyed Tantawi, secondo cui «il niqab o il burqa non hanno nulla a che fare con l’islam». Bisogna anche ricordare che la prima lotta a velo e burqa è sempre stata quella dei musulmani e dei governi musulmani liberali che volevano modernizzare i loro Paesi di fronte all’oscurantismo che mantiene le donne nell’arretratezza. Il primo a introdurre misure in questa direzione fu Ataturk, padre della moderna e laica Turchia, le cui idee ispirate dall’Illuminismo francese sono combattute dall’attuale premier Erdogan, che ha di recente severamente criticato i disegni di legge europei anti-velo integrale. Ironia della storia politica, mentre l’Europa bandisce il burqa nelle legislazioni, la Turchia post-kemalista riforma la sua Costituzione laica e introduce nella legislazione nuove leggi che permettono alle studentesse delle università turche di indossare il velo durante le lezioni. In Turchia, il divieto di indossare il velo nelle università era in vigore dal 1925, ed è sempre stato un simbolo della laicità dello Stato. Durante i suoi ultimi viaggi in Germania e Francia, Erdogan ha paragonato l’integrazione dei musulmani d’Europa e le leggi anti-velo a un «crimine contro l’umanità». Una retorica vittimista utilizzata da tante organizzazioni islamiche europee, che tentano di colpevolizzare i governi proibizionisti accusandoli di “islamofobia”. In tutti i Paesi musulmani, la lotta per il velo ha sempre nascosto un programma ben più ampio di reislamizzazione radicale. In Iran, il velo è stato il simbolo della rivoluzione islamica in marcia. In Libano e Palestina, Hamas ed Hezbollah hanno lanciato la loro strategia di re-islamizzazione pagando le prime donne per andare per strada con il velo. Queste rivendicazioni, sempre più esigenti ed ampie, cercano di rovesciare i partiti o Stati musulmani “laici” e impedire l’integrazione dei musulmani in Occidente, per costruire delle comunità islamiche separate protagoniste di un’onda d’islamizzazione continentale. Le vicende sul burqa appaiono nell’ambito di questa strategia di escalation come una doppia trappola: se lo tolleriamo, dimostriamo la nostra debolezza. Ma se votiamo leggi non contro ogni forma di velo islamico, ma contro il solo velo integrale, rischiamo di legittimare e banalizzare il velo islamico “normale”, prima combattuto da tutti e ormai considerato un antidoto non sanzionabile dalla legge che proibisce solo i copricapo che dissimulano totalmente il viso.

Alexandre del Valle est géopolitologue, auteur de nombreux articles et ouvrages dont "Le Totalitarisme Islamiste" et "Le Dilemme Turc" parus aux éditions des Syrtes.
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Tags pour ce billet: burqa, Fratelli musulmani, integralismo, islam, islamismo, musulmani, niqab, ramadan, velo
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